ECONOMIA «Arrivano gli italiani». E la Sardegna, quando potrà sedersi dall’altra parte del tavolo?
Foto di MabelAmber su Pixabay di Patrizia MuscasIl caso UniCredit-Commerzbank riapre in Germania il dibattito su chi decide del credito, del lavoro e del futuro delle imprese. Una ricerca sui dati della Banca d’Italia porta la stessa domanda nell’Isola, dove il rapporto tra piccole aziende e grandi gruppi è già più stretto di quanto si pensi.
«Arrivano gli italiani». E la Sardegna, quando potrà sedersi dall’altra parte del tavolo?
Il caso UniCredit-Commerzbank riapre in Germania il dibattito su chi decide del credito, del lavoro e del futuro delle imprese. Una ricerca sui dati della Banca d’Italia porta la stessa domanda nell’Isola, dove il rapporto tra piccole aziende e grandi gruppi è già più stretto di quanto si pensi.
di Patrizia Muscas
«Arrivano gli italiani», titola la Frankfurter Allgemeine Zeitung. Gli italiani, questa volta, arrivano in Germania per comprare. E il governo tedesco, davanti alla prospettiva che UniCredit assuma il controllo di Commerzbank, vuole sapere se la sede resterà a Francoforte, quali garanzie avranno i lavoratori e se le imprese tedesche potranno ancora contare sulla loro banca. Sono domande legittime. Leggendole dalla Sardegna, me ne sono posta un’altra: perché non rivolgere con la stessa precisione queste domande a chi investe nella nostra isola?
Il 15 ottobre 2026 la Banca centrale europea ha autorizzato UniCredit a superare il 30 per cento del capitale di Commerzbank e ad aumentare ulteriormente la propria quota. Il via libera è arrivato; il passaggio del controllo, alla data del 3 novembre, resta subordinato agli ultimi adempimenti. L’istituto guidato da Andrea Orcel prevede di completarli verso la fine dell’anno. Per un imprenditore tedesco che deve rinnovare una linea di credito, però, il punto decisivo viene dopo: chi valuterà il suo prossimo investimento e quanto conoscerà l’impresa che ha davanti?
Per capire che cosa c’entri la Sardegna, sono andata a cercare nel rapporto della Banca d’Italia sull’economia dell’Isola un dato che di rado entra nel dibattito pubblico. Tra il 2019 e il 2023, il 71 per cento del valore aggiunto prodotto dalle micro e piccole società di capitali sarde indipendenti proveniva da aziende che compravano direttamente da grandi multinazionali attive in Italia o vendevano loro beni e servizi. La media nazionale era del 73 per cento. Quel 71 per cento non significa che le multinazionali possiedano quelle aziende: le società esaminate sono, appunto, indipendenti. Significa che anche una piccola impresa sarda, con titolare e dipendenti dello stesso paese, può avere una parte importante del proprio futuro legata alle decisioni di un grande cliente o fornitore.
È qui che, a mio giudizio, il confronto con la Germania diventa utile. Immaginiamo un caseificio sardo che riceva da una catena tedesca un ordine sufficiente a far lavorare il laboratorio per un anno. È una buona notizia. Ma se per rispettare il contratto occorre comprare una cella frigorifera, anticipare i costi del trasporto e aspettare mesi prima di incassare, qualcuno deve finanziare quell’attesa. E se l’anno successivo il compratore chiede uno sconto, il caseificio avrà altri clienti a cui vendere il suo formaggio? La differenza tra crescere e dipendere sta anche nella possibilità di dire di no a una condizione svantaggiosa.
Sul credito, la ricerca offre un secondo elemento. Nel 2025 i prestiti bancari alle imprese sarde sono diminuiti del 2,3 per cento. Sarebbe facile concludere che le banche abbiano semplicemente chiuso i rubinetti, ma i dati raccontano anche altro: negli ultimi anni, alcune piccole società legate commercialmente alle multinazionali hanno avuto più liquidità e quindi meno bisogno di indebitarsi. Il dato che vorrei vedere discusso in Sardegna è quello che la media non rivela: quante imprese rinunciano a un prestito perché possono farne a meno e quante, invece, rinunciano a un ordine perché non riescono a finanziarlo? Sono due storie opposte, e richiedono risposte diverse.
La mia proposta alla Regione, alle Camere di commercio e alle associazioni delle imprese sarde è di partire da due impegni verificabili. Il primo riguarda gli investimenti che ricevono un sostegno pubblico: pubblicare, a un anno e a tre anni dall’erogazione, quanti posti di lavoro stabili sono stati creati, quante commesse sono andate ai fornitori dell’Isola e quali attività promesse sono effettivamente partite. Il cittadino dovrebbe poter confrontare gli impegni presi il giorno dell’annuncio con i risultati, senza dover ricostruire da solo decine di delibere.
Il secondo impegno riguarda chi vuole vendere fuori dall’Isola. Propongo di sperimentare, a partire da una filiera come quella lattiero-casearia, un servizio comune per affrontare tre problemi precisi: ottenere un anticipo su un ordine già firmato, condividere le spedizioni e negoziare direttamente con più compratori europei. Dopo un anno, il criterio per valutarlo sarebbe semplice: quanti produttori hanno trovato un secondo cliente, quanto è costato consegnare la merce e quanto è rimasto a chi l’ha prodotta.
Berlino ci offre una lezione proprio nel momento in cui difende i propri interessi: davanti a un’operazione internazionale, chiede conto delle conseguenze locali. La Sardegna ha lo stesso diritto, e può esercitarlo con altrettanta ambizione. Il giorno in cui un produttore sardo potrà scegliere a quale compratore tedesco vendere, concordare il prezzo e finanziare la consegna senza cedere il proprio marchio, quel titolo di Francoforte avrà finalmente un significato anche per noi.