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I TOMBAROLI di Francesco Bruno, in collaborazione con Vincenzo Amore

di Redazione SRN

Prefazione di presentazione alla stampa

RS Redazione SRN 26 ottobre 2026 alle ore 19:14

I TOMBAROLI

Verità in presa diretta

Prefazione di presentazione alla stampa

Francesco Bruno, in collaborazione con Vincenzo Amore

Tutto comincia con un vaso. È il 1966 e, durante una festa di cresima a Ordona, un giovane appassionato di musica rimane affascinato da alcune ceramiche esposte in una vetrina. Non possiede una formazione archeologica e non immagina ancora quanto quell’incontro cambierà la sua vita. Da quella curiosità prende avvio il percorso raccontato in I Tombaroli. Verità in presa diretta: di prossima uscita nelle librerie, una testimonianza personale che conduce il lettore nelle campagne degli scavi clandestini e lungo i passaggi di un mercato nel quale gli oggetti acquistano valore mentre rischiano di perdere la propria storia.

Francesco Bruno, con la collaborazione con lo scrittore di storie locali Vincenzo Amore, affida alla pagina ricordi rimasti a lungo custoditi. Il racconto attraversa incontri, scoperte, trattative, paure e cambiamenti di mestiere. Al centro c’è un uomo che torna sulle proprie scelte e riconosce di avere partecipato al mondo che descrive. È questa assunzione di responsabilità a dare alla narrazione il suo carattere più significativo.

L’autore racconta dall’interno, senza attribuirsi l’innocenza di un semplice spettatore. Rievoca ciò che vide e fece, distinguendolo, nell’intenzione dichiarata del libro, dalle vicende apprese attraverso altri. Per chi si occupa di informazione, questa distinzione costituisce una chiave essenziale: permette di accogliere il valore della testimonianza e, insieme, di individuare i passaggi che richiedono riscontri documentali.

La forza narrativa nasce dai luoghi e dai gesti. Le campagne pugliesi, le attese, la terra smossa, il buio di una sepoltura, le conversazioni al bar compongono un ambiente nel quale la ricerca dei reperti entra nella quotidianità. Vi si incontrano uomini capaci di osservare il terreno grazie a un’esperienza acquisita sul campo, persone spinte dal guadagno, dalla curiosità o dalla speranza di cambiare la propria condizione. Le motivazioni si sovrappongono; le responsabilità restano.

Il libro segue poi gli oggetti oltre il momento del ritrovamento. Dai cercatori agli intermediari, dai compratori ai restauratori, il racconto ricostruisce, attraverso l’esperienza del protagonista, una successione di passaggi fra il Mezzogiorno, il Nord Italia e la Svizzera. È in questo movimento che emerge una delle questioni di maggiore interesse giornalistico: quanto vediamo del fenomeno quando ci fermiamo soltanto a chi scava?

Chi estrae un reperto rappresenta un anello di una catena alimentata anche dalla domanda. Attorno all’oggetto si formano aspettative, valutazioni economiche e rapporti di fiducia. La narrazione mostra come la ripetizione degli incontri e delle compravendite possa rendere abituale ciò che, all’inizio, veniva avvertito come eccezionale e rischioso.

Ma che cosa si perde quando un reperto viene separato dal luogo in cui è rimasto per secoli?

È la domanda che accompagna il libro verso la sua riflessione più matura. Un vaso può conservare la bellezza delle figure e ritrovare, grazie al restauro, la propria forma. La posizione nella sepoltura, il rapporto con gli altri oggetti e le informazioni contenute nel terreno possono invece andare perduti. Il manoscritto riconosce questa differenza: riparare un manufatto non significa ricostruire il contesto distrutto.

Il percorso del protagonista verso il lavoro di restauro rende particolarmente concreto tale contrasto. Le pagine dedicate ai frammenti, alla pazienza necessaria per riconoscerne i margini e alla ricomposizione delle immagini raccontano una capacità manuale che si sviluppa nel tempo. Eppure proprio quella cura porta il lettore a interrogarsi su ciò che nessuna abilità può restituire.

L’opera solleva anche una questione pubblica: come favorire comportamenti che contribuiscano alla tutela del patrimonio? Nell’epilogo, l’autore distingue la scoperta fortuita dalla ricerca clandestina e si domanda come rendere più efficace il rapporto fra cittadini e istituzioni. È un terreno di confronto che merita attenzione, purché affrontato senza confondere la comprensione delle vicende umane con la giustificazione delle condotte.

La stessa misura è necessaria quando il racconto guarda alle collezioni e ai musei stranieri. Il manoscritto riconosce che la presenza all’estero di un reperto italiano non basta a dimostrarne la provenienza illecita. Le domande sulla circolazione degli oggetti devono confrontarsi con la storia delle raccolte e con i documenti disponibili.

Alla stampa, dunque, I Tombaroli offre una materia da approfondire: la memoria di chi ha conosciuto un circuito clandestino, il ruolo degli intermediari, il valore attribuito ai reperti e la distanza fra possesso privato e conoscenza collettiva. La testimonianza può aprire percorsi d’inchiesta; le verifiche giornalistiche potranno precisarne circostanze e riscontri.

Il contributo di Francesco Bruno, affiancato da Vincenzo Amore, consiste nell’aver scelto di consegnare questa esperienza al confronto pubblico, lasciandone emergere anche le contraddizioni. Dietro gli oggetti compaiono le persone; dietro le avventure, le conseguenze; dietro il fascino della scoperta, il problema di ciò che viene sottratto alla memoria comune.

Il lettore entra nel libro seguendo la curiosità suscitata da un vaso. Ne esce con una domanda più impegnativa: come custodire ciò che, pur riaffiorando nelle mani di qualcuno, appartiene alla storia di tutti?

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