POLITICA Da Washington a Roma
di Gilberto Di Benedettola politica scopre che governare è un mestiere impegnativo
Il vento cambia direzione: Trump e Meloni, quando il popolo presenta il conto
Da Washington a Roma, la politica scopre che governare è un mestiere impegnativo e che gli elettori, contrariamente a quanto qualcuno immagina, non hanno l'obbligo di applaudire a tempo indeterminato.
C'è un momento in cui anche i leader più sicuri di sé devono fare i conti con una realtà piuttosto scomoda: il consenso non è un patrimonio personale e il popolo non è un pubblico pagante costretto a restare in sala fino alla fine dello spettacolo. Donald Trump lo sta scoprendo nell'arena americana. Giorgia Meloni farebbe bene a osservare con attenzione quello che succede oltre Atlantico. Perché le stagioni politiche non sono eterne, nemmeno quando vengono accompagnate da grandi scenografie, dichiarazioni muscolari e fotografie internazionali.
Il problema, in fondo, è molto meno complicato della geopolitica: le persone vogliono vivere meglio. E hanno una pessima abitudine, soprattutto in prossimità delle urne: confrontano le promesse con la realtà. Le famiglie non pagano le bollette con gli slogan, gli imprenditori non saldano i fornitori con le conferenze stampa e il supermercato, notoriamente poco sensibile alla comunicazione politica, continua a chiedere denaro vero alla cassa.
Ecco perché il capitalismo dovrebbe prestare attenzione a una delle sue regole fondamentali: il mercato può anche premiare le grandi ambizioni, ma la fiducia dei cittadini non è quotata in Borsa e non si può ricomprare ogni volta che perde valore. Trump e Meloni hanno costruito una parte della propria immagine sulla forza della leadership e sulla promessa di rappresentare un cambiamento. Ma quando le difficoltà economiche entrano nelle case, anche la narrazione più potente incontra un avversario difficile da battere: la vita quotidiana.
Nel frattempo, le opposizioni osservano. La sinistra italiana, in particolare, potrebbe trovare nuove occasioni politiche, a condizione di ricordarsi che aspettare gli errori degli avversari non equivale a saper governare. C'è una lezione che attraversa l'Atlantico e arriva fino a Roma: gli elettori possono concedere fiducia, ma non cedono la propria libertà di giudizio.
E forse è proprio questa la notizia più interessante. Non esistono leader proprietari del consenso, né governi titolari di un abbonamento perpetuo alla pazienza popolare. A Washington come a Roma, il pubblico conserva il diritto di cambiare spettacolo. E non deve nemmeno chiedere il rimborso: gli basta una scheda elettorale.
Il sipario, dunque, non è necessariamente calato. Ma una cosa è cambiata: questa volta, prima di preparare il prossimo discorso, sarebbe opportuno controllare se in platea c'è ancora qualcuno disposto ad ascoltarlo. Perché la politica può scegliere il copione, i protagonisti e perfino la musica. Ma l'ultima parola, in democrazia, resta a chi siede in platea. E quello, signori, non è un dettaglio di regia. È il finale della storia.
Dottor Gilberto Di Benedetto
Il grande circo dei leccaculo
Quando il giornalismo si inginocchia davanti alla politica
Di Gilberto Di Benedetto
C'è una curiosa categoria di personaggi che popola i salotti televisivi: giornalisti, opinionisti e commentatori che sembrano aver trasformato la vicinanza al potere in una professione. Sono i leccaculo della politica, quelli che cambiano interlocutore ma non abitudine: Meloni, Schlein, Conte o Renzi, poco importa. L'importante è avere sempre qualcuno da difendere, applaudire o compiacere.
Li riconosci dalle facce impostate, dall'indignazione a geometria variabile e da quella straordinaria capacità di trovare giustificazioni per gli amici e colpe imperdonabili per gli avversari. In televisione pontificano, si atteggiano a grandi analisti e distribuiscono lezioni di democrazia, ma spesso sembrano più interessati a conservare il proprio posto nel teatrino che a fare domande scomode. Il cane da guardia del potere, in certi casi, sembra essersi trasformato nel suo cagnolino da salotto: anziché abbaiare, scodinzola aspettando un biscotto.
Il problema non è avere un orientamento politico, ma rinunciare all'indipendenza per diventare il megafono di una parte. Il giornalismo dovrebbe mettere in difficoltà chi governa e chi aspira a governare, non organizzare passerelle di compiacenza. E mentre questi signori si contendono il microfono e si scambiano indignazioni di giornata, fuori dagli studi televisivi c'è un Paese reale: famiglie indebitate, lavoratori che faticano ad arrivare a fine mese, giovani senza prospettive e cittadini sempre più distanti da una politica che sembra parlare soprattutto a se stessa.
Forse sarebbe arrivato il momento di ricordare a questi illustri frequentatori dei salotti che conoscere un ministro non significa essere intelligenti, frequentare un parlamentare non significa essere autorevoli e apparire ogni sera in televisione non significa fare informazione. Cambiano i governi, cambiano i partiti e cambiano i potenti da adulare, ma certi cortigiani rimangono sempre disponibili, con la schiena sufficientemente elastica per ogni stagione politica.
La politica ha bisogno di consenso, il giornalismo di credibilità. Chi confonde le due cose finisce per fare il servo in giacca e cravatta, chiamandolo lavoro intellettuale.