APPROFONDIMENTI .
di Vincenzo Amore.
La sfida invisibile sotto gli oceani: il rischio nucleare comincia da un errore
Parla l’esperto di guerra psicologica
Sensori, intelligenza artificiale e sottomarini: le grandi potenze cercano di vedere l’avversario prima di essere individuate. Ma la convinzione di controllare ogni minaccia potrebbe diventare una vulnerabilità.
Intervista a cura di Vincenzo Amore
L’identità dell’intervistato viene mantenuta riservata per ragioni di sicurezza.
Sotto la superficie degli oceani si sviluppa una competizione che riguarda la sicurezza di tutti. Sottomarini, reti di sensori, strumenti di sorveglianza e sistemi di analisi contribuiscono a un confronto nel quale individuare l’avversario può modificare gli equilibri strategici.
Il pericolo non riguarda soltanto le armi. Riguarda anche il modo in cui vengono interpretate le informazioni: un segnale ambiguo, una manovra fraintesa, una valutazione troppo sicura possono alimentare una crisi.
Da qui parte il nostro approfondimento: quanto è sottile il confine tra una maggiore capacità di difendersi e l’illusione di essere invulnerabili?
Quando parliamo di rischio nucleare, dobbiamo pensare necessariamente a qualcuno che abbia già deciso di iniziare una guerra?
«No. È proprio questo l’aspetto che merita attenzione. Una crisi può aggravarsi anche senza una decisione iniziale di arrivare allo scontro. Un governo potrebbe interpretare male un segnale, sopravvalutare le proprie capacità oppure convincersi che attendere significhi perdere la possibilità di difendersi. Non stiamo descrivendo un destino inevitabile, ma un rischio che richiede strumenti di prevenzione
Perché i sottomarini hanno un ruolo così importante?
«I sottomarini lanciamissili balistici contribuiscono a preservare una capacità di risposta dopo un attacco devastante. La loro sopravvivenza rende meno credibile l’idea di colpire per primi evitando conseguenze inaccettabili. È uno dei fondamenti della deterrenza: scoraggiare l’attacco facendo comprendere che non eliminerebbe la capacità dell’avversario di reagire»
Individuarli con maggiore precisione potrebbe quindi rendere il mondo meno sicuro?
«Dipende dal contesto. Migliorare la sorveglianza può rafforzare la difesa, ma può anche accrescere nell’avversario il timore di perdere la propria capacità di risposta. È questo il paradosso: ciò che uno Stato considera una protezione può essere interpretato dall’altro come una minaccia alla propria sopravvivenza strategica. Non significa che l’equilibrio sia già crollato; significa che le conseguenze di queste innovazioni vanno valutate con prudenza»
Il programma britannico Atlantic Bastion rappresenta un passaggio importante?
«È un progetto significativo. Presentato pubblicamente nel dicembre 2025, prevede l’integrazione di navi, aeromobili, mezzi autonomi e sensori, con strumenti di rilevamento acustico assistiti dall’intelligenza artificiale. Londra lo collega al contrasto delle attività subacquee russe e alla protezione di infrastrutture essenziali, come cavi e condotte. Nell’aprile 2026 la Royal Navy ha riferito di dimostrazioni tecnologiche con aziende del settore. Occorre però distinguere lo sviluppo di un programma dalla disponibilità di una capacità infallibile. Non siamo autorizzati a concludere che gli oceani siano diventati trasparenti o che ogni sottomarino possa essere seguito in qualsiasi condizione»
Quanto è pericoloso confondere le promesse della tecnologia con i suoi risultati effettivi?
«Molto, soprattutto quando queste convinzioni influenzano decisioni strategiche. Una tecnologia può migliorare la conoscenza senza eliminare l’incertezza. Se un decisore considera completo un quadro che è ancora parziale, rischia di agire con una sicurezza ingiustificata. La distanza tra capacità reale e capacità percepita può diventare uno dei punti più delicati di una crisi»
Anche le attività cinesi di ricerca oceanica rientrano in questo scenario?
«L’inchiesta Reuters del 24 marzo 2026 ha documentato una vasta attività cinese di mappatura e monitoraggio oceanico, ricostruendo gli spostamenti di 42 navi da ricerca. Gli esperti interpellati hanno evidenziato possibili applicazioni militari dei dati, oltre a quelle scientifiche. Questo non dimostra che la Cina possa seguire continuamente tutti i sottomarini avversari. Mostra però quanto la conoscenza dell’ambiente marino sia diventata una risorsa strategica. La competizione riguarda anche la capacità di ridurre l’incertezza»
Negli ultimi giorni di ottobre è stata segnalata la presenza in mare di tre Vanguard britannici. È un segnale d’allarme?
«È una notizia da contestualizzare. Alcuni hanno riferito che le ragioni non erano chiare, indicando tra le possibili spiegazioni il pattugliamento, la preparazione al cambio e le prove in mare. L’analisi di Navy Lookout considera il quadro compatibile con attività ordinarie e con una migliore disponibilità della flotta. Questo elemento, da solo, non prova un cambiamento della postura nucleare né un attacco imminente. Il problema è che uno stesso movimento può essere letto in modi diversi: come normale attività operativa, come dimostrazione di forza o come preparazione a qualcosa di più grave»
L’intelligenza artificiale può aiutarci a evitare questi fraintendimenti?
«Può aiutare a elaborare informazioni, ma non rende automaticamente corretta ogni interpretazione. Il rischio nasce quando il risultato di un sistema viene trattato come una certezza, soprattutto sotto pressione. Uno studio SIPRI del giugno 2025 esamina come le applicazioni militari dell’intelligenza artificiale possano influire sull’escalation nucleare. Uno degli aspetti riguarda la riduzione dei tempi decisionali, che può aumentare il rischio di errori di calcolo e incomprensioni. Elaborare più rapidamente le informazioni non significa necessariamente comprenderle meglio»
Stiamo affidando alle macchine la decisione di iniziare una guerra nucleare?
«Non è questo ciò che dimostrano gli elementi qui esaminati. Bisogna distinguere tra l’autorità di decidere e gli strumenti che influenzano una decisione. Anche un sistema utilizzato soltanto per analizzare dati o formulare valutazioni può orientare il giudizio umano. Per questo servono verifiche, responsabilità chiare e la possibilità di mettere in discussione il risultato prodotto»
Può spiegare come potrebbe svilupparsi un’escalation non voluta?
«Immaginiamo un segnale incerto interpretato come ostile. Uno Stato adotta una misura precauzionale; l’altro la legge come preparazione offensiva e reagisce. La reazione sembra confermare il sospetto iniziale. È uno scenario ipotetico, ma chiarisce il meccanismo: ciascuno può ritenere di difendersi mentre, nel complesso, entrambi si avvicinano allo scontro»
Dove entra in gioco la guerra psicologica?
«Nella possibilità di condizionare il modo in cui l’avversario percepisce forza, vulnerabilità e intenzioni. Comunicazioni e dimostrazioni militari possono influenzare la sua valutazione dei rischi. Non ogni movimento è un’operazione di guerra psicologica, ma ogni movimento rilevante può produrre effetti psicologici. La paura di essere vulnerabili può spingere a decisioni affrettate. Anche la convinzione opposta, quella di essere al sicuro da qualsiasi risposta, può incoraggiare comportamenti imprudenti»
Qual è, allora, l’allarme reale che dobbiamo trasmettere ai cittadini?
«Che una maggiore capacità tecnologica deve essere accompagnata da maggiore prudenza politica. Le fonti esaminate non provano che sia in preparazione un attacco nucleare. Documentano una competizione nella quale comprendere le intenzioni altrui e verificare le informazioni resta essenziale. Occorrono canali di comunicazione affidabili, misure per prevenire incidenti, controllo umano responsabile e diplomazia. La capacità di individuare una minaccia deve crescere insieme alla capacità di riconoscere un falso allarme»
Quale convinzione dovremmo evitare più di ogni altra?
«Quella di poter controllare ogni variabile. Possiamo diventare più veloci nell’osservare senza diventare altrettanto capaci di capire. Nella competizione nucleare, confondere la fiducia nei propri strumenti con la certezza sulle intenzioni dell’avversario potrebbe avere conseguenze irreversibili»
La domanda che rimane riguarda dunque la responsabilità di chi decide. La sicurezza dipende anche dalla capacità di fermarsi, verificare e riconoscere ciò che ancora non si conosce. Perché, davanti ad armi dalle conseguenze catastrofiche, il dubbio verificato può proteggere più di una certezza sbagliata.
Riferimenti dell’approfondimento: Ministero della Difesa britannico, Royal Navy, Reuters, Sky News, Navy Lookout e SIPRI.