Italia · Svizzera · Mondo Sabato 7 novembre 2026
PRESS AGENCY — SOS REPORTAGE NEWS. Critica giornalistica online
Direttore responsabile: Vincenzo Amore
ULTIME NEWS
Un'urna elettorale in un'aula storica degli anni '40, con persone in abiti dell'epoca che discutono sullo sfondo. APPROFONDIMENTI

La Sicilia non chiedeva un privilegio

Immagine generata con l'AI di Angioletta Massimino

Un momento di riflessione su una stagione fondamentale della nostra storia repubblicana.

AM Angioletta Massimino 6 novembre 2026 alle ore 10:25

La Sicilia non chiedeva un privilegio. Aveva conquistato un diritto.

Un momento di riflessione su una stagione fondamentale della nostra storia repubblicana.

Scrivere del 1946 e del 1947 significa scrivere della nascita della democrazia italiana, del contributo di Giuseppe Saragat, della costruzione di uno Stato nuovo, fondato sulla libertà, sulla giustizia sociale e sulla partecipazione.

Saragat, alla guida dell'Assemblea Costituente fino alla scissione del gennaio 1947, rappresentò una concezione della democrazia nella quale la libertà politica doveva accompagnarsi all'emancipazione sociale. Una democrazia non soltanto formale, ma capace di dare dignità e diritti alle persone e alle comunità.

Ma in quella stagione di trasformazione la Sicilia aveva già conquistato un posto preciso nel nuovo assetto istituzionale del Paese.

Lo Statuto siciliano, promulgato il 15 maggio 1946, precedette persino il referendum istituzionale del 2 giugno e l'elezione dell'Assemblea Costituente. Non fu una concessione benevola di Roma. Fu il risultato di una storia di lotte, di rivendicazioni, di sacrifici e di sangue. Fu la richiesta di un popolo che voleva decidere del proprio futuro, governare il proprio territorio e vedere riconosciuta la propria dignità.

L'autonomia siciliana nasceva dunque come una scelta politica e istituzionale di grande rilievo: una Regione dotata di competenze legislative, prerogative e strumenti propri, all'interno dell'unità nazionale. Non un privilegio, ma il riconoscimento di una specificità storica, sociale e politica.

Ed è proprio qui che si apre una contraddizione che dura ancora oggi.

Quell'autonomia, riconosciuta dallo Statuto e successivamente garantita sul piano costituzionale, non è mai stata pienamente attuata. Anzi, nel corso degli anni sono stati progressivamente ridotti alcuni degli strumenti che avrebbero dovuto renderla effettiva e proteggerla.

Pensiamo all'Alta Corte per la Regione siciliana, concepita dallo Statuto come Organo di garanzia nei rapporti tra Stato e Regione, in cui tra i giudici figure di rilievo furono Luigi Sturzo, Andrea Finocchiaro Aprile, Aldo Sandulli, Tomaso Perassi, Gaspare Ambrosini, Giovanni Selvaggi, Augusto Ortona. Fu costituita con l’approvazione dello Statuto Speciale e funzionò, senza soluzione di continuità, dal 1948 al 1955 pronunciando 83 decisioni. Alla fine di tale anno, fu costituita la Corte Costituzionale e i suoi membri prestarono giuramento il 15 dicembre 1955 e si riunirono per la prima volta il 23 gennaio 1956. Di essi, tre facevano parte dell’Alta Corte per la Regione Siciliana, uno con le funzioni di presidente, i quali rassegnarono le dimissioni dall’Alta Corte e dopo non sono stati più sostituiti. Di conseguenza l’organo non è stato più convocato.

L'articolo 30 dello Statuto siciliano attribuiva al Presidente della Regione, anche su deliberazione dell'Assemblea regionale, il potere di impugnare davanti all'Alta Corte le leggi e i regolamenti dello Stato ritenuti incostituzionali. Significava che la Sicilia disponeva di uno strumento concreto per difendere le proprie competenze dalle eventuali invasioni del potere centrale. Non era soltanto lo Stato a poter contestare le leggi siciliane: anche la Regione poteva chiamare lo Stato a rispondere del rispetto dello Statuto.

L’art. 37 prevede, ad esempio, che le imprese aventi la sede centrale fuori dall’Isola, ma che in Sicilia hanno succursali, devono pagare alla Regione Siciliana le imposte relative a queste ultime.

Tutto ciò non è avvenuto dal 1946 ad oggi e, quindi, con l’applicazione dell’art. 37 dello Statuto la Regione stessa sarebbe creditrice di svariati miliardi nei confronti del governo centrale.

Insomma lo Statuto siciliano e l'Alta Corte erano una garanzia fondamentale dell'autonomia, ma quella garanzia venne progressivamente meno. Nel 1957 la Corte costituzionale ritenne assorbite nella propria giurisdizione le competenze dell'Alta Corte in materia di giudizio di costituzionalità; nel 1989 venne meno anche lo speciale potere di impugnazione attribuito al Commissario dello Stato. Il risultato fu il ridimensionamento di un sistema di tutela specificamente previsto per la Sicilia, regione a Statuto speciale.

È difficile non vedere in questo percorso il progressivo svuotamento di strumenti essenziali dell'autonomia.

E allora dobbiamo avere il coraggio di porci una domanda: quanta autonomia rimane, se vengono meno gli strumenti per difenderla e tante disposizioni dello Statuto, comprese quelle finanziarie, attendono ancora piena attuazione?

Possiamo discutere le ragioni giuridiche delle singole decisioni, ma non possiamo ignorarne gli effetti istituzionali: la Sicilia ha perso garanzie specifiche che avrebbero dovuto tutelarne le prerogative.

Naturalmente, le responsabilità non sono soltanto dello Stato. Anche la classe dirigente siciliana deve interrogarsi sulle occasioni mancate, sulle battaglie non condotte e sulle prerogative che non ha saputo o voluto esercitare fino in fondo.

Ma una cosa deve essere chiara: la Sicilia non può continuare a chiedere l'elemosina a Roma, aspettando trasferimenti, concessioni o interventi straordinari. Non deve chiedere come favore ciò che le spetta in forza di una legge costituzionale. Deve pretendere il rispetto dello Statuto, l'attuazione delle sue disposizioni e il riconoscimento delle proprie competenze legislative e finanziarie.

Questo discorso si lega anche alla battaglia per la cittadinanza e la partecipazione democratica portata avanti dalle ventuno Madri Costituenti, alle quali ho dedicato alcuni miei scritti. Donne che contribuirono a costruire una Repubblica più giusta e inclusiva, portando nella Costituzione il valore della partecipazione e dell'uguaglianza. La loro presenza ci ricorda che i diritti non vengono regalati: si conquistano e si difendono. Lo stesso vale per l'autonomia siciliana.

Ecco perché ricordare Saragat, il 1946 e il 1947 non può essere soltanto un esercizio di memoria storica. Deve diventare un'occasione per riportare al centro il valore della democrazia, dell'equilibrio istituzionale, della giustizia sociale e della giustizia tra i territori.

Difendere l'autonomia siciliana non significa essere meno italiani. Significa pretendere che l'Italia sia pienamente fedele alla propria Costituzione.

La Sicilia non chiede privilegi, né assistenza. Chiede rispetto per la propria dignità istituzionale e per i diritti che ha conquistato.

Perché l'unità nazionale non si rafforza comprimendo le autonomie, ma riconoscendole e rispettandole.

La Sicilia non deve chiedere a Roma di essere generosa. Deve chiedere allo Stato di essere rispettoso della legge costituzionale.

E l'autonomia non è una pagina da commemorare. È un diritto da esercitare.

Angioletta Massimino

CONDIVIDI

LA NEWSLETTER DI SOS REPORTAGE NEWS

Le notizie che contano, direttamente nella tua email

Arriva ogni giorno. Gratis, e ti disiscrivi con un clic da ogni email.

← Torna alla home