POLITICA .
di Angioletta Massimino.
Se la scuola costruisce il futuro di un paese, perché proprio lì si cerca di risparmiare?
C'è una domanda che dovremmo porci davanti alle scelte contenute nella nuova
manovra finanziaria: se la scuola è il luogo in cui si costruisce il futuro di un Paese, perché proprio lì si cerca di risparmiare?
di Angioletta Massimino
La domanda è ancora più urgente se guardiamo a quello che sta accadendo nelle
piazze italiane, dove gli studenti manifestano per chiedere più risorse per
l'istruzione, università accessibili a tutti, borse di studio, servizi e
maggiori opportunità. Chiedono che il diritto allo studio non dipenda dalle
condizioni economiche delle famiglie e che la scuola pubblica torni a essere una
reale occasione di crescita e uguaglianza.
E quale risposta arriva dalla nuova manovra del Governo Meloni? Una riduzione di
quasi settemila posti nella scuola italiana a partire dall'anno scolastico
2027/2028: 4.925 docenti e 2.049 unità di personale ATA, con un risparmio
previsto di 251,7 milioni di euro all'anno dal 2028.
I tagli ai docenti non riguardano soltanto gli insegnanti di sostegno, ma
l'intero organico dell'autonomia, che comprende docenti su posto comune,
insegnanti di sostegno e personale destinato al potenziamento dell'offerta
formativa. Non è ancora specificata la distribuzione delle riduzioni tra queste
categorie.
E non si tratta di un intervento isolato: sommando i tagli già programmati con
la precedente legge di Bilancio, si arriva a 14.808 posti in meno nell'arco di
tre anni scolastici.
Dietro questi numeri ci sono persone e servizi indispensabili: insegnanti che
seguono gli studenti, docenti di sostegno che garantiscono inclusione,
collaboratori scolastici che assicurano vigilanza e assistenza, assistenti
amministrativi e tecnici senza i quali le scuole non potrebbero funzionare
regolarmente.
Come si può chiedere alla scuola di combattere la dispersione scolastica,
contrastare le disuguaglianze e garantire attenzione agli studenti più fragili,
mentre si riducono le risorse umane necessarie per farlo?
Si dirà che gli studenti diminuiscono e che bisogna adeguare gli organici al
calo demografico. Ma perché non trasformare questa diminuzione in un'opportunità
per avere classi meno numerose, più tempo da dedicare a ciascun ragazzo e
maggiori possibilità di recuperare le difficoltà? Perché scegliere invece la
riduzione del personale?
La questione riguarda anche le università, dove i giovani chiedono borse di
studio adeguate, alloggi sostenibili e un sistema che permetta a tutti di
proseguire gli studi, indipendentemente dal reddito familiare. Non basta
proclamare il diritto all'istruzione se poi, nella realtà, le condizioni
economiche impediscono a tanti ragazzi di esercitarlo.
Non possiamo considerare tutto questo una semplice questione di contabilità
pubblica. È una questione di priorità e di visione del futuro. Naturalmente le
risorse dello Stato non sono illimitate, ma proprio per questo bisognerebbe
domandarsi su quali settori non sia possibile risparmiare. E l'istruzione
dovrebbe essere uno di questi.
Una scuola pubblica forte è uno dei principali strumenti di uguaglianza sociale:
permette ai ragazzi di sviluppare conoscenze, pensiero critico e consapevolezza,
offrendo loro la possibilità di costruirsi un futuro senza essere condizionati
esclusivamente dalle proprie origini familiari.
C'è una frase di Gabriella Giudici, spesso erroneamente attribuita a Italo
Calvino, che esprime con particolare efficacia questa riflessione:
«Un Paese che distrugge la sua scuola non lo fa mai solo per soldi, perché le
risorse mancano, o i costi sono eccessivi. Un Paese che demolisce l'istruzione è
già governato da quelli che dalla diffusione del sapere hanno solo da perdere».
Gli studenti che oggi riempiono le piazze non stanno chiedendo un favore. Stanno
rivendicando un diritto e ricordando alle Istituzioni che il futuro non può
essere costruito risparmiando proprio sulle generazioni che dovranno ereditarlo.
Perché il costo più alto, per una società, non è investire nella scuola. È
rinunciare a farlo!