EDITORIALE IL POTERE NON È INTOCCABILE
di Vincenzo AmoreCACCIARI, IL QUIRINALE E LE RESPONSABILITÀ DELLA POLITICA
IL POTERE NON È INTOCCABILE: CACCIARI, IL QUIRINALE E LE RESPONSABILITÀ DELLA POLITICA
Le critiche del filosofo riaprono una questione essenziale: come difendere l’equilibrio delle istituzioni quando i partiti non riescono a svolgere fino in fondo il proprio compito?
Editoriale di Vincenzo Amore
In Italia il rispetto delle istituzioni viene talvolta confuso con la rinuncia a discuterne le scelte. È una confusione che considero pericolosa. Il presidente della Repubblica merita rispetto per la funzione che esercita; proprio l’importanza di quella funzione rende legittimo interrogarsi sul suo ruolo, sui suoi limiti e sul rapporto con il Parlamento.
Le critiche di Massimo Cacciari offrono uno spunto concreto. Devono però essere lette per ciò che effettivamente dicono, senza attribuire al filosofo accuse non documentate. Una riflessione sul potere acquista forza quando poggia su parole verificabili.
La critica alla rielezione: sotto accusa soprattutto i partiti
Il 9 febbraio 2022, intervenendo a Otto e mezzo su La7 dopo la rielezione di Sergio Mattarella, Cacciari dichiarò: «Delusissimo dalla settimana quirinalizia, Mattarella sarà presidente per 14 anni e tutti applaudono». Una valutazione durissima, pronunciata pubblicamente in televisione.
Il senso della sua contestazione emerge anche dalle dichiarazioni riportate il 29 gennaio 2022 da Il Tempo: il ritorno di Mattarella veniva interpretato come il risultato dell’incapacità delle forze politiche di costruire un accordo su un successore. Cacciari criticava in particolare il tentativo dei partiti di presentare quella soluzione come una propria vittoria.
È su questo punto che ritengo necessario fermarsi. Se la politica ricorre alla stessa figura perché non riesce a esprimere una scelta condivisa, l’autorevolezza di quella persona può garantire continuità. Ma l’incapacità dei partiti rimane. Gli applausi non la cancellano.
La mia domanda è dunque questa: quanto può essere sana una democrazia che chiede alle personalità di garanzia di compensare continuamente le insufficienze della rappresentanza politica?
Il precedente: una critica che non nasce con Mattarella
Già nel gennaio 2015, a Servizio Pubblico, Cacciari aveva descritto la presidenza di Giorgio Napolitano con queste parole: «Quello di Napolitano è stato un presidenzialismo surrettizio; non va bene, ma è stato costretto». Era un giudizio politico riferito a Napolitano, non a Mattarella, e sarebbe scorretto trasferirlo da un presidente all’altro.
Quella riflessione pone tuttavia un problema più ampio: quando i partiti si indeboliscono, aumenta la pressione sulle istituzioni chiamate a garantire stabilità. Il rischio, a mio giudizio, è che una risposta alle difficoltà del momento diventi un’abitudine, lasciando irrisolte le cause della crisi politica.
Che cosa prevede davvero la Costituzione
Il presidente della Repubblica non è una figura puramente cerimoniale. L’articolo 87 gli attribuisce la rappresentanza dell’unità nazionale e specifiche funzioni costituzionali, tra cui l’invio di messaggi alle Camere e la promulgazione delle leggi. L’articolo 92 gli affida la nomina del presidente del Consiglio e, su proposta di quest’ultimo, dei ministri. L’articolo 94 stabilisce invece che il Governo deve avere la fiducia delle due Camere.
Per questo, il fatto che un intervento presidenziale produca conseguenze politiche non dimostra, da solo, uno sconfinamento costituzionale. Per sostenerlo occorrerebbe indicare un atto preciso, la norma coinvolta e le ragioni della contestazione.
Lo stesso Mattarella, il 15 novembre 2024, ha richiamato il ruolo di arbitro, spiegando che ogni organo dello Stato deve rispettare i limiti delle proprie attribuzioni. Ha inoltre ricordato di avere promulgato leggi che non condivideva, distinguendo il giudizio politico personale dall’esercizio della funzione istituzionale.
Queste parole non impediscono la critica. Forniscono, semmai, un criterio con cui valutare concretamente l’operato delle istituzioni.
Sulla pace, Cacciari chiede scelte e non soltanto auspici
Un’altra critica documentata riguarda il discorso di fine anno di Mattarella del 2023. Nell’intervista a l’Unità pubblicata il 3 gennaio 2024, Cacciari contestò l’insufficienza delle invocazioni della pace quando non sono accompagnate dall’indicazione di percorsi politici e diplomatici concreti. Il suo ragionamento riguardava la distanza tra gli obiettivi dichiarati e gli strumenti impiegati per raggiungerli.
Qui riconosco una domanda che condivido: chi ricopre incarichi pubblici deve poter essere interrogato sulle conseguenze delle proprie parole. Parlare di pace è necessario; spiegare come si intende favorirla rende quell’impegno valutabile.
La mia riflessione: rispetto senza rinunciare al controllo
Non considero il dissenso un’offesa alle istituzioni. Considero invece un problema l’idea che alcune cariche debbano essere sottratte, per principio, alla discussione pubblica.
Questo vale per il Quirinale, per il Governo e per il Parlamento. Vale anche per l’informazione, che deve verificare le dichiarazioni, contestualizzarle e rivolgere domande scomode senza fabbricare scandali.
Le critiche documentate di Cacciari non autorizzano a presentare come accertata una violazione costituzionale di Mattarella. Consentono però di discutere seriamente della debolezza dei partiti, del peso crescente delle figure di garanzia e della responsabilità di chi dovrebbe assumere decisioni politiche.
Il rispetto della Repubblica comprende il diritto di fare domande. E chi pone quelle domande ha il dovere di fondarle sui fatti. È così che la critica può diventare utile al Paese, invece di esaurirsi nell’ennesimo scontro tra tifoserie.