EDITORIALE MANGIAR BENE E SPENDERE POCO: LA TRASPARENZA VA SERVITA ANCHE AL SENATO
di Redazione SRNUna fotografia riaccende il dibattito sui costi della politica.
MANGIAR BENE E SPENDERE POCO: LA TRASPARENZA VA SERVITA ANCHE AL SENATO
Una fotografia riaccende il dibattito sui costi della politica. Ma per chiedere conto dei privilegi bisogna partire da cifre corrette e confronti verificabili.
di Vincenzo Amore
Trofie agli asparagi e speck, tagliata, insalata, frutta, dolce e bevande. La fotografia intestata “Mensa Senato” mostra prezzi che attirano immediatamente l’attenzione: 87 centesimi per il primo, 3,41 euro per la carne, 67 centesimi per la torta. Le voci elencate sommano 7,50 euro.
Di fronte a queste cifre la domanda nasce spontanea: quali condizioni vengono riservate a chi lavora nelle istituzioni e quali possibilità hanno, invece, i cittadini che devono far quadrare ogni giorno il bilancio familiare?
Prima della polemica, però, viene la verifica. Gli stessi piatti e importi erano già descritti dalla stampa nell’ottobre 2011, con l’aggiunta di 3,91 euro di servizio. Non possiamo dunque utilizzare questa immagine per affermare che oggi un senatore consumi quel pasto spendendo soltanto 7,50 euro.
C’è un’altra distinzione importante. In un comunicato del 27 ottobre 2011, il Senato separava espressamente il ristorante dei senatori dalla mensa del personale. Precisava che i prezzi del primo erano stati ricondotti ai livelli di mercato dal 31 agosto di quell’anno e che la mensa riguardava diverse categorie di lavoratori, compreso il personale militare e di sicurezza, secondo gli accordi applicabili. È una precisazione storica, che non sostituisce la conoscenza delle condizioni attuali.
La questione politica rimane: quanto costa il servizio, chi lo utilizza e quale parte della spesa viene sostenuta dall’istituzione? Per rispondere occorrono tariffe aggiornate, contratti e dati di bilancio, presentati in una forma comprensibile anche a chi non è un esperto di contabilità pubblica.
Anche sui compensi bisogna evitare equivoci. La pagina ufficiale del Senato indica un’indennità mensile lorda ordinaria di 10.385,31 euro, corrispondente a 5.304,89 euro al netto delle ritenute indicate, prima delle addizionali locali. Sono previste riduzioni per chi svolge attività lavorativa. A questa componente si affiancano la diaria di 3.500 euro, il rimborso delle spese generali di 1.650 euro e quello per l’esercizio del mandato di 4.180 euro, per metà soggetto a rendicontazione. La cifra di circa 14.634 euro deriva dalla somma dell’indennità netta indicata e di queste voci: non è la sola indennità alla quale aggiungere nuovamente tutti i rimborsi.
Il confronto con le mense aziendali richiede la stessa attenzione. La quota pagata dal dipendente e il costo complessivo del pasto sono grandezze diverse. Confrontare il prezzo versato alla cassa in un luogo con il costo comprensivo del contributo del datore di lavoro in un altro produce un risultato ingannevole.
Questo non indebolisce la richiesta di equità. La rende più seria.
Una mensa accessibile è un servizio utile per chi lavora. Proprio per questo dovremmo discutere di come renderla disponibile a più persone, soprattutto a chi ha redditi bassi o impieghi precari. L’attenzione della politica dovrebbe concentrarsi anche su chi non dispone né di una mensa né di un sostegno adeguato al pasto.
Alle istituzioni chiediamo trasparenza sui propri costi e impegno concreto per le condizioni di vita dei cittadini. La credibilità si costruisce spiegando come vengono impiegate le risorse e dimostrando che le difficoltà quotidiane di chi sta fuori dai palazzi ricevono la stessa attenzione riservata ai servizi di chi vi lavora.